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lunedì 23 agosto 2021

Il paese smemorato

 

Perdere la memoria di ciò che siamo ed eravamo: un grande guaio, parola di "smemorini".

Buona lettura.




Il paese smemorato

 Barbara Cerrone



C’era, tanto tempo fa, un paese che aveva perso la memoria e proprio per questo lo avevano soprannominato “Il paese smemorato”.

I suoi abitanti, detti “smemorini”, erano anch’essi vittima di una certa confusione: c’era chi, tra loro, pensava di essere cittadino e dipingeva la facciata di casa come i palazzi di città, si dava arie da cosmopolita e non parlava con i compaesani. Altri invece, sapevano di essere in paese ma non ricordavano in quale, e passavano il tempo a chiedere e cercare di scoprire il nome del villaggio dov’erano nati e cresciuti.

Tanta era la confusione che ad un certo punto quel povero villaggio fu come diviso in due: da una parte palazzi che volevano essere eleganti, dall’altra case modeste con le persiane e le facciate un po’ scrostate.

Una situazione, si può ben capire, piuttosto complicata e di non facile soluzione perché in quel povero paese non c’era più nessuno, ormai, con la testa a posto. Nemmeno il sindaco, nemmeno gli assessori.

L’eco di questi avvenimenti non mancò di giungere fino al palazzo del re, Tebaldo Primo, detto “Il conquistato” perché ogni volta che muoveva guerra al nemico non solo la perdeva ma veniva puntualmente fatto prigioniero. Tebaldo poveretto, era molto giovane e inesperto nella difficile arte di governare, figuriamoci poi se si trattava di rimettere giudizio nelle arruffate teste degli “smemorini”.

“Che si fa, che si fa con quegli sciagurati?’” Chiese un giorno al primo consigliere.

Il primo consigliere, ahimè, di solito non era di grande aiuto e di consigli non ne sapeva dare perché dormiva come un tasso da mattina a sera, e pochi erano i momenti in cui apriva gli occhi .

Non trovando nella persona più indicata il consiglio che tanto gli premeva, Tebaldo  di solito si rivolgeva alla matrigna, Usberta di Norandia, donna acidina e piuttosto sciocca la quale di pareri ne dava eccome, ma sempre assolutamente sbagliati.

E anche quella volta non fu da meno della sua fama catastrofica. Tebaldo la interrogò e lei rispose da par suo.

“Muovigli guerra,” disse,” che altro può fare altrimenti un giovane re per svegliare un manipolo di sudditi rimbambiti? Muovigli guerra, dunque, e vedrai come rinsaviranno tutti quanti”.

Il re, purtroppo, in questi casi la ascoltava col risultato di far precipitare situazioni che già erano ingarbugliate per conto loro.

Anche in questa occasione Tebaldo fece come aveva detto la svitata Usberta e mosse guerra agli “smemorini”.

La prima battaglia si tenne lungo il fiume che attraversava il paese smemorato, l’elemento sorpresa fu decisivo: gli “smemorini” non erano preparati all’attacco, non si aspettavano certo che il loro re invadesse il loro paese come un nemico qualunque!

La vista dell’esercito che avanzava all’inizio li lasciò indifferenti, pensarono si trattasse di grandi manovre o roba del genere, ma quando la prima palla di cannone colpì il tetto dell’unico palazzo nobiliare capirono che la faccenda era grave e sciamarono come api a cercare un riparo.

Qualcuno ebbe anche l’ardire di gridare un “Perché?” nel caos della battaglia. Non lo sentì nessuno. Il temerario allora ritenne più saggio lasciar perdere le domande e scappar via prima che la risposta gli  arrivasse a suon di palle di cannone.

Inutile dirlo, la battaglia la vinse re Tebaldo.

Forte della prima vittoria riportata nella sua giovane vita, il re la sera stessa volle festeggiare senza badare a spese (tanto pagavano i sudditi con le gabelle).

Lui e i suoi generali gozzovigliarono fino a notte fonda, fra vini prelibati e pietanze succulente, musica e danzatrici venute apposta dal palazzo a celebrare il loro re vincitore.

Tanto gozzovigliarono che la mattina seguente dormirono fino a mezzogiorno.

“Sire, “disse il primo generale,” non è una bella cosa, non si fa: alzarsi a mezzogiorno quando c’è una guerra da combattere.”

“Lo so, “ammise il sovrano sbadigliando,” d’altronde bisognava pur festeggiare. E non ci si poteva certo svegliare presto dopo aver mangiato e bevuto fino alle tre! I nostri nemici poi non sono di quelli pericolosi, hanno ceduto subito e oggi non credo daranno battaglia. Possiamo stare tranquilli, dopo tutto, ed attaccare domani, quando saremo lucidi abbastanza per combattere”.

Il primo generale fece buon viso a cattivo gioco e si ritirò nella sua tenda a riflettere, ovvero a ronfare ancora un po’ prima di affrontare l’impegnativa fatica del sontuoso pasto che lo attendeva.

Anche i re sbagliano, sbagliano pure i loro generali a sottovalutare il nemico con l’arroganza di chi si crede sempre il più forte.

Quella volta sbagliarono, infatti, Tebaldo e il suo primo generale. Gli “smemorini”, per quanto disarmati e disorganizzati, non erano certo tipi da farsi sottomettere così. Il primo attacco li aveva colti di sorpresa, ma dopo lo smarrimento iniziale nelle loro zucche testarde si era fatto avanti un concetto piuttosto fermo: nessun re ha il diritto di attaccare il suo popolo così, senza un vero motivo, neppure Tebaldo. Così pensarono di farglielo capire in modo che gli rimanesse ben impresso nella mente. Come? Eh! Attaccando a loro volta con bastoni, manici di scopa, secchi e tutto quello che poterono trovare nelle loro case. Qualcuno si presentò perfino con un paio di stivali dal tacco così appuntito da tagliarci il pane.

E chi non aveva nulla, i più poveri, vennero con le loro mani callose e dure.

Il re stava ancora sonnecchiando quando la sentinella suonò l’allarme e il si salvi chi può.

Lo sorpresero in mutande, con la bocca aperta e gli occhi semichiusi, mentre un po’ stordito chiedeva al servitore che fosse mai tutto quel baccano.

“Siamo noi,” rispose il più giovane degli insorti,” siamo venuti a dirvi, maestà, che il vostro attacco non ci è proprio piaciuto e se non lo capite con le buone ecco, siamo pronti alle cattive e guai a chi ci prende contro pelo!”

Tebaldo, che non era esattamente un eroe, non se lo fece ripetere e dichiarò subito la fine delle ostilità.

“Andate in pace, “proclamò, “dal vostro re per ora non avete più nulla da temere, ma cercate un po’ di ricordare.  La vostra smemoratezza è stata causa di questa guerra improvvisata, fate che io non debba più intervenire per riportarvi a miglior consiglio. Il vostro bel paese è diviso e ciò non va affatto bene. Ci sono a corte persone decise a farvi ragionare con la forza, ritrovate la memoria o io non mi faccio più garante della vostra incolumità”.

Gli “smemorini” si guardarono l’un l’altro, poi, sempre il più giovane che aveva nome Angelo, prese la parola a nome di tutti gli altri:

“Sire, ci impegniamo qui, seduta stante, a ritrovare la memoria, dite però a chi a corte vuole le maniere forti che noi non siamo gente da farci sopraffare. Dateci un po’ di tempo e garantisco che vedrete il risultato. Il nostro…paese…città…insomma, qualunque cosa sia noi gli ridaremo il volto che gli spetta e se di paese si tratta non lo faremo più apparire una città, e viceversa. A riprova della nostra buona fede fissiamo una scadenza: fra un mese esatto avremo risolto il garbuglio, io stesso verrò a corte a riferire e se dovessimo fallire sarò io a pagare per tutti, se ciò vi aggrada. A voi la scelta della punizione”.

Tebaldo scosse il capo, roteò gli occhi, si grattò il capo sotto la corona e alla fine disse sì ma che non si illudesse il giovanotto, la punizione sarebbe stata molto dura. Del resto, aveva un mese intero per studiarla.

Gli “smemorini” cantarono vittoria, per il momento, pur sapendo che non c’era tempo da perdere in festeggiamenti perché un mese passa veloce e bisognava darsi subito da fare per trovare la soluzione al problemaccio.

Si indissero subito riunioni su riunioni, si convocarono i vecchi perché frugassero fra i ricordi e dicessero se in origine era un paese o una città, si consultarono fior di professori…niente. Nessuno fu in grado di dipanare la matassa. Alle riunioni scoppiavano litigi, anche i vecchi bisticciavano fra loro perché c’era chi diceva che ai loro tempi era solo un povero paese e chi invece non ricordava proprio e proponeva di far finta che fosse sempre stata una città. Quanto ai professori, poi, blateravano per ore e ore senza arrivare alla conclusione. E la scadenza si avvicinava a grandi passi.

Una mattina, durante una assemblea improvvisata davanti al mercato della frutta, si fece avanti un giovane che non era del posto e si trovava a passare di lì, disse, per puro caso.

Incuriosito da quello strano concilio si avvicinò e volle dir la sua.

“Amici miei, non sono uno di voi ma proprio per questo vedo le cose con un certo distacco e vi dico che per me avete sbagliato il modo. I ricordi, a quanto pare, sono diversi per ognuno di voi, così come il punto di vista e allora non c’è che una soluzione: chiedere al re di decidere al posto vostro, visto che voi non sapete farlo.”

A questo punto si levò un brusìo fra quella gente riunita in crocchio, qualcuno disapprovava ma c’era anche chi diceva che era una buona idea e poteva valer la pena provare.

Dopo un’ora e passa di discussione accanita si decise per alzata di mano che quel ragazzo aveva ragione, subito dopo una delegazione formata da due anziani e due giovani si recò a corte per chiedere l’alto consiglio del sovrano.

Immaginatevi un po’ la reazione del re. Con tutte le difficoltà che aveva a governare, incerto e inesperto com’era trovarsi sulle spalle anche quel rebus!

E cosa fece il nostro re, allora? Indovinato. Si rivolse alla matrigna Usberta, la quale stavolta non suggerì di fare guerra agli “smemorini” perché, distratta dal restauro del suo antico maniero, non fece per così dire mente locale.  Dando ordini a destra e a manca per aprire varchi, chiuderne altri, verniciare porte e sverniciarne altre non aveva tempo né voglia di pensare a questioni di stato.

Dato però che una risposta la doveva pur dare, consigliò al povero Tebaldo di prendere i dadi di nonno Gusberto e tirarli nel mezzo della sala consiliare.

“Se esce un numero pari, “disse, “si dichiara che è un paese, se esce dispari che è sempre stata una città”.

Con questa lapidaria consulenza lo liquidò, tornando ad occuparsi delle sue faccende.

Tebaldo, che si fidava ciecamente del parere di Usberta,  mandò subito il suo fido maggiordomo a prendere i dadi dal nonno Gusberto.

Appena li ebbe fra le mani andò a lanciarli nel bel mezzo della sala consiliare davanti a un gruppo di cortigiani chiamati a far da testimoni.

I dadi, neanche fossero in preda all’incertezza anche loro, rotolarono e rotolarono finché finalmente di fermarono sotto il grande tavolo rettangolare.

Tebaldo ordinò al suo primo consigliere di andare a vedere se fosse uscito un numero pari o dispari, e si mise in solenne attesa del responso.

“Mah…sire,” borbottò il consigliere,” a prima vista direi che il numero è pari. Ora li prendo senza girarli in modo che tutti gli astanti possano vedere”.

Piano piano, i dadi furono presi e depositati sul tavolo dove tutti i cortigiani convenuti poterono constatare che era proprio pari il numero uscito.

“Si tratta dunque di un paese, è deciso,” fece Tebaldo,” ora i miei cari sudditi dovranno prenderne atto. E guai a chi non si adegua. Datemi carta e penna che faccio subito un editto”.

Tebaldo si mise subito di buzzo buono a dettare l’editto al suo scrivano Aristide, in capo a un’ora la pergamena con la dichiarazione del re fu letta nella pubblica piazza davanti a un folto pubblico di cittadini. Pardon: di paesani.

I sostenitori della tesi che voleva fosse una città naturalmente non furono contenti, il brusio delle loro proteste arrivò fino alle orecchie del re il quale se ne rammaricò tantissimo, disse però che ormai il dado, letteralmente, era tratto e non c’era più nulla da fare: si rassegnassero dunque i contestatori perché altrimenti li avrebbe incarcerati con la grave accusa di ribellione al re.

Il brusio invece di diminuire aumentò, tanto che il re si vide costretto a chiamare le guardie perché eseguissero i primi arresti.

Al tramonto tutti gli insorti erano ormai chiusi nelle patrie galere, avevano un bel gridare e protestare, nessuno li ascoltava. Figuriamoci il re che si stava preparando per la grande cerimonia ufficiale di consacrazione.

Il discorso glielo aveva scritto in quattro e quattro otto il lord ciambellano, era un po’ affrettato ma i concetti c’erano tutti: era felice che l’incresciosa vicenda avesse trovato una soluzione, il fatto che fosse stato dichiarato paese non sminuiva l’importanza e a bellezza del luogo eccetera eccetera.

I festeggiamenti iniziarono subito dopo e andarono avanti fino a notte fonda.  Tebaldo bevve come una spugna, come non dovrebbe fare nessuno, figuriamoci un re. Furono costretti a caricarselo sulle spalle per ricondurlo a palazzo, dove fu messo a letto come un bambino, mentre russava a più non posso.

Nei giorni seguenti la voce dell’avvenuta consacrazione giunse in ogni angolo del regno, in poco tempo tutti seppero che si trattava di un paese…e il nome? Già, era un paese, ma come si chiamava?

Nessuno lo sapeva. Tantomeno il re.

Pensa e rimugina, a corte si giunse alla conclusione che tanto valeva inventarne uno nuovo, visto che nessuno lo ricordava più.

Si decise di emettere un bando rivolto a tutti i sudditi: si invitavano a indicare un nome per il paese, due settimane di tempo, poi una giuria composta dai notabili del regno avrebbe scelto fra tanti il nome che riteneva più adatto. A colui che lo avesse inventato sarebbero andate dieci monete d’oro zecchino per ricompensa. Una fortuna.

Inutile dire che i sudditi si misero subito all’opera. Da ogni parte si vedeva gente con la penna in mano intenta a scarabocchiare qualcosa su fogli e fogliacci, anche chi non sapeva scrivere si cimentava nell’agone facendo della propria testa lo scrigno dove conservare il nome da presentare al cospetto del re e della giuria.

Dopo due settimane, una vera e propria folla si presentò a corte per sottoporre i nomi scelti alla giuria schierata nella sala del trono.

I nomi più strani seguirono a quelli più scontati, qualcuno era davvero originale e piacque al re ma non ai notabili che storsero più volte i nobili nasi. Qualcun altro invece dispiacque assai sia a Tebaldo che ai cortigiani e il malcapitato che lo aveva inventato fu messo alla porta senza tanti complimenti.

Si fece avanti, ultimo fra tutti, un giovane contadino.

“Sire, “disse,” io non ho una grande istruzione, so a malapena leggere e scrivere ma voglio provare ugualmente. Il nome che mi è venuto in mente è  Bellaterra, perché è bella la nostra terra e bello il villaggio che con le nostre mani abbiamo costruito. Uno dei più belli qua intorno. Come vedete la mia idea è semplice e mi scuso se non ho saputo trovar di meglio per questa nostra terra meravigliosa”.

Per qualche secondo nessuno parlò, poi il re iniziò a battere le mani seguito  a breve distanza da tutti gli altri.

“Bravo!” si sentì gridare ad un certo punto e un coro di approvazione si unì a quel grido.

Era chiaro ormai a chi sarebbe andata la vittoria, il semplice contadino aveva avuto l’idea più bella, soprattutto ci aveva messo il cuore che in certe scelte è sempre vincente.

Il giovane fu portato in trionfo da una folla di compaesani, si diede inizio a una festa improvvisata che era solo l’anticipo di quella che sarebbe seguita alla proclamazione ufficiale del vincitore, sulla pubblica piazza di Bellaterra.

Balli, canti e cibo a volontà furono distribuiti senza risparmio fra quella gente che ora inneggiava alla semplicità e alla bellezza come a un nuovo corso della vita paesana.

Re Tebaldo, dopo la proclamazione, si ritirò nelle sue stanze a riposare, contento di avere fra i suoi sudditi un giovane pieno di cuore e di buon senso come quel contadino.

“Sono proprio fortunato, “ disse al ciambellano rientrando nel palazzo, “ con sudditi così il mio compito sarà ben leggero. Che si divertano, dunque, e siano date subito le monete a quel ragazzo. La sua fortuna è fatta, e anche la mia”.

Il contadino, che si chiamava Adelmo, prese le monete con quella soggezione che spesso hanno le anime semplici, quasi pensando di non meritarle.

Il suo futuro ormai era dipinto del rosa della felicità.

Anche il paese da quel momento in poi conobbe solo gioia e tanta fortuna, la memoria di chi erano e che il loro era il paese più bello che ci fosse al mondo non si cancellò mai più dai cuori dei suoi abitanti,  la conservarono con gelosa cura da una generazione all’altra e per l’eternità.

 

 

 

venerdì 30 luglio 2021

Disavventure...

 Una brutta caduta, un polso fratturato e un periodo nero...non è proprio una fiaba ma la tragicomica  disavventura che mi è capitata quasi due mesi fa. 

Tornerò a scrivere e a pubblicare su questo blog non appena la mia mano sopporterà di nuovo senza troppo dolore di muoversi sui tasti di un computer.

A presto

sabato 15 maggio 2021

L'arcobaleno tascabile

 

Eccomi di nuovo, dopo un po' di silenzio. 

Non ho smesso di scrivere, ho solo sospeso per qualche tempo le pubblicazioni sul mio blog perché in fondo ho con quest'ultimo un rapporto "distratto" e discontinuo, lo ammetto.

Che dire della fiaba di oggi? Eh, se bastasse un arcobaleno tascabile a riportare la pace! 

La guerra sembra non voler finire mai, così pure le scaramucce fra noi umani,  piccole o grandi che siano.

Pace, allora? Ma sì, almeno nel mio blog. Pace, e un bell'arcobaleno  a sigillare il patto.

Buona lettura.



 L’arcobaleno tascabile

 Barbara Cerrone



Ferruccio era un omino piccolo piccolo e grasso grasso  che girava sempre con un arcobaleno in tasca, “Perché non si sa mai,” diceva,” metti che il grande arcobaleno non si senta bene o non abbia voglia di uscire, io tiro fuori il mio dalla tasca e siamo a posto!”

Per questo fatto molto particolare era diventato famoso in tutto il mondo, anzi: in tutta la galassia. Forse anche oltre, ma al momento non lo posso confermare.

L’arcobaleno tascabile non serviva solo in caso di temporale, Ferruccio lo usava anche per dirimere le contese. Dopo un litigio che c’è di meglio di un piccolo arcobaleno per riportare il sorriso fra due vecchi amici? Ferruccio lo sapeva bene e all’occorrenza, dopo che i due contendenti avevano finito di gridare, prendeva l’arcobaleno tascabile,  lo metteva in mezzo a quei due galli scatenati e di lì a qualche minuto i litiganti tornavano ad abbracciarsi e a scherzare come prima.

Non era una vita facile, la sua, sempre a correre dove c’era bisogno, fosse pure in capo al mondo. Senza contare che Ferruccio lavorava, era un falegname molto richiesto, faceva di quei mobili, ma di quei mobili! Capolavori, ecco che cos’erano. Aveva clienti a tutte le latitudini, ma quando c’era da tirar fuori l’arcobaleno lui non conosceva né fatica né lavoro e andava ovunque a fare il suo dovere di paciere, fra le nuvole nel cielo o sulla terra, in mezzo ai battibecchi degli umani.

Mi ricordo una volta, era di giovedì, giorno di festa in paese. Ferruccio aveva appena portato un nuovo sgabello a Matteo, il calzolaio, e stava tornando a casa fischiettando tutto allegro.

Lungo la via si imbatté nella sua vicina di casa, Clelia, un’anziana signora dedita al ricamo e al pettegolezzo.

 Ferruccio notò che la donna sembrava disorientata, si  guardava intorno  con l’aria sgomenta di chi sta cercando qualcosa e dispera di ritrovarla.

“Clelia, tutto bene?” le chiese.

La vicina lo guardò come se non lo conoscesse e proseguì senza rispondere. La cosa parve ancora più strana al nostro uomo che decise di fare una piccola deviazione e di seguirla, malgrado si stesse avvicinando l’ora di cena e lui avesse una gran fame.

Cammina cammina finalmente Clelia si fermò davanti alla bottega del fornaio, ormai chiusa a quell’ora. Bussò due o tre volte alla vetrina poi cominciò a chiamarlo Duccio, Duccio! Prima piano, poi sempre più forte Duccio, Duccioooo!

Il fornaio, sentendo tutto quel chiasso si affacciò, piuttosto seccato.

“Che c’è, chi mi vuole a quest’ora di un giorno festivo?”

“Duccio, delinquente, ridammi il mio panino!” urlò la donna  agitando un pugno in aria.

“Che dici, sei pazza? Quale panino?”

“Il panino che ho pagato stamattina e che non mi hai dato. Forza, dammelo!”

“Ti sbagli, non mi hai pagato nessun panino. Hai preso il solito mezzo chilo di pane e te ne sei andata.”

A queste parole Clelia, montando su tutte le furie, aveva cominciato a prendere a calci prima la vetrina, poi la porta, urlando sempre più forte ladro,ladro! In modo che tutti la sentissero.

E la sentirono, infatti. In pochi minuti tutto il paese si fece nei pressi del forno a curiosare, sentenziare, prender parte per l’una o per l’altro.

Si formarono così due fazioni opposte: quelli pro fornaio e quelli pro Clelia, e presero a lanciarsi ingiurie come fossero stati vecchi nemici giurati.

In tutto questo trambusto l’unico che manteneva il controllo era proprio Ferruccio, che lì per lì non sapeva cosa fare, se tirar fuori dalla tasca il suo bell’arcobaleno o lasciare che quegli scalmanati se la sbrigassero da soli.

“In fondo sono degli sciocchi, “ si disse,” non meritano il mio aiuto. Il fornaio avrebbe dovuto fare il superiore e darle il panino, visto che è un’anziana donna, e Clelia non avrebbe dovuto fare una scenata simile per un misero panino”.

Stava per andarsene a godersi la sua cenetta quando sentì qualcosa bussargli piano piano al cuore: era la sua coscienza. Non gli permetteva di lasciare quei due ai loro guai, gli imponeva, visto che lui poteva, di fare qualcosa.

Ferruccio allora tornò sui suoi passi, prese, seppure di malavoglia, l’arcobaleno e lo mise ( a fatica, perché quei due ormai si stavano accapigliando) in mezzo ai litiganti.

Dopo un minuto erano già a chiedersi scusa, a guardarsi come se non capissero cosa fosse successo.

La pace fu fatta, e il panino donato a Clelia che lo mangiò tutta soddisfatta, quella sera, col formaggio fresco del pastore Emilio.

Che giorno memorabile fu quello! E che pace storica per il paese. Le fazioni si ricomposero, tutti tornarono amici di tutti e il brutto episodio fu presto dimenticato.

Quella fu una delle imprese più memorabili del caro Ferruccio.

Per non parlare di quando scoppiò la guerra fra il principato di qua e il ducato di là. 

Non ci furono morti né feriti ma avrebbero potuto esserci, sapete com’è, era pur sempre una guerra.

 Il nostro amico Ferruccio fu chiamato in causa, prima dagli abitanti del principato, poi da quelli del ducato. Entrambi dicevano di volere la pace ma alla fine, puntualmente, veniva fuori che si pretendeva dall’arcobaleno tascabile una qualche magia che facesse vincere l’una o l’altra parte.

Che fece Ferruccio, allora? Da vero paciere si rifiutò di fare qualunque altra cosa che non fosse mettere fra i due nemici il suo arcobaleno, per portare pace, e solo pace.

Che cosa avreste fatto voi, al posto di ducato e principato? Forse all’inizio vi sareste arrabbiati col paciere, poi, vedendo che non c'era modo di tirarlo dalla vostra parte e che si rischiava di farsi male a forza di combattersi, vi sareste calmati e convinti che la cosa migliore per tutti era proprio quella di mettere in mezzo l’arcobaleno del Ferruccio. Così fecero, infatti, e fu la pace. Una pace duratura, a quanto so, perché tuttora resiste e nessuno, fra quella brava gente, nemmeno principi e duchi, sembra volerla turbare per nessun motivo.

Al buon Ferruccio si deve questo e molto altro ancora, non sto qui a dirvi tutto perché sarebbe troppo lungo il discorso e io ho da fare.

Devo scrivere un’altra fiaba prima di sera, prima che il buio, gli affanni, o una maligna distrazione mi portino da un’altra parte col pensiero.

E io non voglio, non lo vorrei mai.

 

 

 


martedì 23 marzo 2021

Le sorelle margherite

 La primavera è qui! Qui fa ancora freddo ma tutto intorno ci parla di lei, della stagione più fiorita.

In omaggio alla primavera e alle sue tenere figlie, le timide margherite, ecco la mia nuova fiaba.

Buona lettura e buona primavera.



Le sorelle margherite

Barbara Cerrone





Le sorelle margherite

 


 

 L’alba era passata e Flora non aveva ancora aperto la corolla.

“Sveglia, “la incitava Susanna,” non vedi che il sole è già alto? Forza, pigrona!”

Niente, margherita Flora non ne voleva sapere di aprire la corolla.

Allora tutte le margherite chiamarono ad una voce la sorella addormentata, con una certa ansia  perché quel sonno così ostinato faceva quasi temere il peggio.

“Che stia male?” chiese ad un certo punto Vivì, la più anziana delle corollate.

L’idea che la loro sorella potesse stare male aveva attraversato i petali di tutte ma nessuna, tranne Vivì, che era senza peli sullo stelo, aveva avuto il coraggio di confessarlo.

Le sorelle si guardarono sgomente: e se Vivì avesse visto giusto? Bisognava appurarlo subito. Ma non fecero in tempo.

Un grido di terrore si levò all’improvviso.

Grandi piedi!” Urlarono le sorelle.” E’ di nuovo qui.  Pieghiamoci, presto, o ci schiaccerà tutte.”

“Oggi non è solo, ce ne sono altri con lui. Un esercito di piedi giganteschi. Siamo spacciate, sorelle”.

I loro steli tremavano, le corolle ondeggiavano come bandiere al vento: le sorelle margherite erano in preda al panico.

Proprio in quel momento, infatti, venti  piedi stavano attraversando il prato, incuranti dei fiori sotto di loro.

Solo Flora, svegliata dal grido, sembrava non essersi ancora accorta del pericolo e sbatteva i petali per togliersi la polvere di dosso come se niente fosse. Ci vollero un bel po’ di urlacci di Vivì per scuoterla e riportarla alla realtà.

Le sorelle margherite cercarono di piegarsi il più possibile nella speranza di evitare il peggio ma i piedi avanzavano inesorabili e le poverette avrebbero avuto la peggio se quelli non avessero deviato all’improvviso verso la strada adiacente, dirigendosi  a calpestare chissà dove.

“Fiùùù! L’abbiamo scampata bella.” Esclamò Vivì. “Ragazze, la nostra vita è davvero dura, ogni giorno qui si rischia lo stelo.”

Quest’amara riflessione occupò le loro corolle come un pensiero fisso fino al tramonto, poi si addormentarono e il campo tornò al suo placido silenzio.

Nei giorni seguenti grandi piedi non si fece vedere, le sorelle margherite trassero un bel sospiro di sollievo ma sapevano bene che era solo una tregua. Sarebbe tornato, prima o poi.

“Dovremmo studiare una strategia” disse un giorno Lili’, la più brillante delle sorelle.

“Quale strategia? Cosa vuoi che possano fare dei fiori piantati a terra, fuggire?”

Bianchetta era sempre stata una margherita pessimista ma stavolta non si poteva darle torto, Grandi Piedi aveva tutti i vantaggi e loro no, non potevano nemmeno strappare le loro radici da terra e scappare via perché non sarebbero sopravvissute.

Era una gran brutta situazione, roba da far cadere i petali anche alle più forti.

Le sorelle si spremevano le corolle per trovare il modo di liberarsi da Grandi Piedi e da tutti quelli che come lui non si facevano scrupoli a calpestarle, arrivarono perfino a chiedere ai papaveri di spargere il loro addormenta-umani nell’aria intorno al prato, in modo che chiunque si accingesse ad attraversarlo cadesse in un sonno profondo e non potesse nuocere a tante povere margherite indifese. I papaveri si prestarono volentieri all’esperimento. Purtroppo, proprio quando cominciarono a diffondere la sostanza soporifera, si alzò un vento di tramontana che trasportò gli effluvi da tutt’altra parte: quel giorno in città si registrò un numero incredibile di persone che sui tram, sugli autobus e perfino sui marciapiedi si addormentarono così, di colpo, accoccolandosi alla meglio ovunque si trovassero pur di dormire.

Dopo il fallimento dell’ennesimo tentativo di salvarsi, si può immaginare lo scoramento delle sorelle. Tutte ripiegate sullo stelo, moge moge come se le avessero abbattute.

“Non ne usciremo, rassegniamoci al nostro destino” disse Vivì  con una voce così piagnucolosa che quasi non si riconosceva.

“Ma sì, rassegniamoci,” fecero in coro le sorelle margherite,” inutile farsi la linfa amara”.

Passarono giorni, settimane e di Grandi Piedi nessuna notizia, non si era più visto dall’ultima incursione con i suoi piedacci pesta – fiori. 

Le sorelle margherite si interrogavano.

“Gli sarà successo qualcosa? Mi sembra molto strano che non sia più venuto, di solito si fa vedere almeno una volta a settimana. Che sia andato a vivere da un’altra parte? Oh, sarebbe troppo bello!” disse Flora.

“Magari! Non ci dobbiamo illudere, quello torna. Torna e calpesta, come sempre” fece Vivì.

Le sorelle margherite sospirarono tutte insieme: anche se la speranza è sempre l’ultima a morire, sapevano bene che Vivì aveva ragione, non bisognava farsi troppe illusioni se non altro per non rischiare di rimanere deluse nel caso si fosse fatto vedere di nuovo.

Decisero di continuare la loro vita floreale sforzandosi di non pensarci troppo, ma ognuna di loro dentro di sé era come in attesa del giorno in cui sarebbe tornato e le avrebbe calpestate ancora umiliandole dal profondo delle corolle.

Eppure era primavera e a primavera tutti i fiori sono tutti in festa, per le sorelle margherite invece era come se fosse ancora inverno, perché la loro gioia era guastata da un paio di piedi maleducati.

Tutto intorno a loro era un’esplosione di colori e profumi, gli alberi esibivano le loro nuove gemme, le piante mettevano nuove foglie e sorridevano al nuovo sole. Gli sbadigli delle violette facevano ridere i fiori di pesco intenti a spargere la loro fragranza.

Un dolce tepore avvolgeva tutta la natura al risveglio dal lungo sonno invernale.

Ma loro no, le sorelle margherite non spargevano fragranze e non sorridevano al sole. In silenzio, strette le une alle altre, cercavano conforto e protezione nella vicinanza delle sorelle.

“Beati i fiori che non vivono qui con  noi,” dicevano,” non devono preoccuparsi di Grandi Piedi. Quell’energumeno attraversa sempre questo prato”.

La dolcezza della stagione acuiva la tristezza delle sorelle proprio perché non potevano goderne come gli altri fiori, sempre preoccupate com’erano di poter essere schiacciate da un momento all’altro.

Tanto erano tristi e sconsolate che un bel giorno la Primavera in persona ebbe compassione di loro.

“Povere le mie margheritine, in fondo sono la mia bandiera. Devo fare qualcosa, non posso abbandonarle al loro destino”.

La Primavera rimuginò notte e giorno sulla faccenda, tanto che il tempo ne risentì: per una settimana fu ventoso e agitato come i suoi pensieri.

All’ottavo giorno, finalmente, un’idea balzò nella mente fiorita di Primavera.

“Ci sono!” Esclamò.” Ogni volta che proverà ad attraversare il prato delle mie margheritine col vento di marzo soffierò tanto di quel polline nel naso di Grandi Piedi da fargli venire un mare di starnuti.  E sarà inutile andare dal dottore, non ci sarà medicina che resisterà al turbine di polline che il mio venticello gli soffierà”.

E così fece, la bella Primavera.

Due giorni dopo, infatti, ecco arrivare Grandi Piedi, andava di corsa e quando correva era ancora più maldestro, le sorelle margherite tremavano di terrore.

“Eccolo, quell’energumeno. Corre come un pazzo, ci stenderà come marmellata. Attenzione ragazze, giù le corolle!” gridò Vivì.

Fu una sorpresa per tutte vedere quel tanghero maleducato e insensibile  tutto d’un tratto starnutire e lacrimare come una fontana, tanto che, preso dalla disperazione, girò sui tacchi e andò via veloce come era arrivato, brontolando tra sé che doveva prendere un fazzoletto.

Tornò poco dopo ma la scena si ripeté, fino a che, al quarto tentativo, capì che il prato c’entrava qualcosa con quella sua improvvisa allergia e decise di passare da un’altra parte.

Nei giorni seguenti Grandi Piedi provò nuovamente ad attraversare il prato, con lo stesso risultato. Passò un mese, fra nuovi tentativi e fughe in preda agli starnuti, prima che si arrendesse definitivamente.

“Maledetto prataccio!” Esclamò.” Non so se siano le margherite o l’erba che cresce qui ma ogni volta che lo attraverso mi viene l’allergia. Andrò dal sindaco a chiedere che faccia rasare tutto a zero per metterci il cemento, così finisce l’allergia e vi saluto fiorellini”.

Per fortuna Primavera aveva ascoltato tutto! Di certo non avrebbe permesso che il suo prato preferito fosse falciato come erba cattiva e già che c’era fece soffiare dal suo venticello un bel pensiero nelle orecchie dei cittadini indaffarati.

I bei pensieri spesso danno buoni frutti.

Al sindaco, prima ancora delle lagnanze dell’energumeno, giunsero le preghiere di chi aveva a cuore la Primavera e i prati.

Le margherite non sanno leggere né scrivere, ma quel giorno, chissà perché, capirono lo stesso che quel cartello sul bordo della strada parlava proprio di loro e diceva:

“Non calpestate le margherite, perché ci stanno a cuore, come ogni filo d’erba che vive in questo prato. Chi lo farà pagherà la multa, e state attenti perché sarà salata!”

 

 

 


martedì 9 febbraio 2021

La pioggia se ne va

 Giorni di pioggia, noiosi, forse tristi per qualcuno ma l'acqua è un bene prezioso...

buona lettura.


La pioggia se ne va

 Barbara Cerrone

 


La pioggia se ne va

 

Un giorno la pioggia, sentendosi poco amata dalla gente che sognava sempre il sole, decise di andar via, fece le valigie e partì per un lungo viaggio portando con sé tutte le nuvole.

Andò a stare dal suo migliore amico, il Grande Ghiacciaio, che viveva nel lontano nord.

Con il cielo pulito il sole tornò a farsi vedere, per la gioia di tutti coloro che dopo giorni e giorni di rovesci sognavano soltanto i suoi raggi.

Per settimane il tempo fu bellissimo, le piante cominciavano a mostrare un po’ di sofferenza per la mancanza di acqua ma nel complesso sembravano godersi il sole anche loro.

Finché non arrivò l’estate.

Il caldo torrido mise a dura prova ogni creatura sulla faccia della terra.

Il suolo riarso, arido, cominciava a creparsi qua e là, le piante seccavano e morivano, gli animali soffrivano la sete e cadevano uno dopo l'altro. Per gli umani era solo questione di tempo, presto sarebbe finita anche per loro.

Stava morendo la vita sul pianeta e nessuno poteva farci nulla.

La gente alzava gli occhi al cielo nella speranza di notare qualche nuvola che portasse di nuovo la pioggia ma li abbassava quasi subito, delusa, vedendo che di nuvole lassù non c’era neanche l’ombra.

Disperati, gli umani decisero di andare alla ricerca della pioggia, si portarono dietro anche gli animali, le piante no perché non potevano sradicarle senza ucciderle.

Si era saputo che la pioggia ora viveva nel lontano nord con le sue nuvole, lo aveva detto il mare che l’aveva saputo dal cielo che l’aveva detto al vento che l’aveva soffiato agli uomini, ed era proprio là che erano dirette tutte quelle creature in marcia.

Quando arrivarono la pioggia cercò dapprima di nascondersi dietro una nuvola: non voleva tornare a casa, con il ghiacciaio stava bene, si sentiva amata e capita. Non come fra gli umani che si lamentavano se solo cadeva per più di un giorno e volevano soltanto il sole! Poi, sentendoli implorare con certi occhi e certi lamenti da far piangere una pietra, si commosse. Qualche gocciolina cadde dal suo viso umido e andò a bagnare il becco di un fringuello che subito si rianimò.

In tutte le creature, allora, si riaccese la speranza.

La pioggia, che per essere buona era buona, non poté più resistere. Fece di nuovo le valigie e partì, con le fedeli nuvole al seguito.

Al suo ritorno la terra, gli uomini e tutte le creature bevvero a sazietà e si nutrirono.

Da allora la pioggia fu la benvenuta ogni volta che bussò alla porta del cielo, ad aprirla andavano le nuvole, ma ad accoglierla c'erano mille e mille uomini felici sulla terra. 

 

 


giovedì 28 gennaio 2021

La gara delle torte

 Una storia semplice, come una torta margherita. 

Buona lettura.



La gara delle torte

 Barbara Cerrone

 

Gemmina era una gran cuoca, lo sapevano tutti. Alla mensa della scuola i bambini facevano festa quando sapevano che c’era lei ai fornelli. La sua pasta al pomodoro era poesia pure, il pollo arrosto un poema e la torta di mele…beh, la torta di mele un’esperienza paradisiaca.

Fra le torte, quella che Marina preferiva era quella al cioccolato. La aspettava con ansia gioiosa. Ogni martedì, come da menu esposto fuori dalla porta della mensa, c’era la torta al cioccolato, e ci potevi scommettere che a prepararla era Gemmina mani d’oro.

A Marina piaceva molto Gemmina, non solo perché era una brava cuoca e faceva delle torte da leccarsi i baffi, ma anche perché era gentile con tutti. E allegra. Si rideva sempre, con lei, anche nei periodi in cui la scuola pesava di più.

Ecco perché quando una delle maestre ebbe l’idea di fare una gara di torte fra le cuoche della mensa la bambina la convinse a partecipare. Si formarono subito le tifoserie.

Marina ovviamente si schierò con Gemmina, si diceva certa che avrebbe vinto, con le amiche cominciò a preparare striscioni colorati inneggianti alla sua cuoca preferita.

La gara doveva svolgersi due settimane dopo le vacanze di Pasqua. Le concorrenti erano tutte molto brave e agguerrite, ma nessuna avrebbe potuto battere la sua Gemmina.

Per vincere una gara, però, bisogna allenarsi. Non che Gemmina non fosse più che esercitata: con la mensa aveva un bell’allenamento quotidiano da fare ogni giorno, tuttavia in certi concorsi bisogna dare quel certo non so che in più che fa la differenza, si sa, perciò Marina  decise che Gemma doveva fare almeno una torta al giorno. Sempre diversa, per provare tutte le ricette e scegliere quella da presentare alla gara.

Giorni e giorni di prove confermarono che Gemmina era insuperabile con la torta al cioccolato.  Lì era proprio una campionessa. Avrebbe scelto quella, dunque, e non ci sarebbe stata gara per nessuno!

Il grande giorno si avvicinava, l’emozione cresceva nei cuori dei bambini e in quello di Marina più di ogni altro, lei ci teneva tanto alla vittoria di Gemmina, era molto importante per lei che la sua amica vincesse. Le voleva bene. E adorava la sua torta al cioccolato.

Intanto i preparativi per la competizione fervevano, tutti si davano un gran da fare per sistemare la sala che avrebbe ospitato la giuria e il pubblico: si pulì, si riordinò, si ridipinsero perfino i muri di un bel colore rosa, e si comprarono alcuni scaffali nuovi e sedie colorate.

Tutto sembrava filare liscio ma, ahimè, anche nelle competizioni semplici come questa a volte possono verificarsi spiacevoli scorrettezze.

Lisa, compagna di banco di Marina, tifosa sfegatata della cuoca Annarosa e della sua torta all’ananas, aveva  spiato Gemmina durante le prove per sapere quale dolce aveva scelto e se c’era qualche informazione che potesse tornare utile  ad Annarosa.

Scoprì che Gemmina si sarebbe cimentata nella torta al cioccolato e che il cacao migliore, scelto per la prova, si poteva trovare solo in un certo negozio del centro. Lisa corse subito a comprare tutte le confezioni, sperperando in un pomeriggio la paghetta di un mese intero. Voleva essere certa che la rivale di Annarosa non trovasse quel cacao in tempo e fosse costretta ad usarne uno meno pregiato, col risultato di preparare una torta molto meno buona.

Quando Gemmina andò a comprare il cacao, infatti, non ne trovò neanche una scatola. E mancava solo un giorno alla competizione.

“Sono stata imprevidente,” si rimproverava la povera cuoca, “avrei dovuto pensarci prima. E ora? Come farò col cacao? Senza quel cacao la mia torta non sarà la stessa e addio vittoria!”

Pur sapendo che non sarebbe servito, fece il giro dei negozi per vedere se riusciva a trovarlo da qualche altra parte ma fu inutile. Disperata, riunì il suo fan club per chiedere consiglio.

“Ora è tardi per andare a cercare il tuo cacao in un’altra città. Domani c’è la gara, “disse Marina con la voce del pianto,” secondo me non c’è altro da fare: o cambi ricetta oppure fai la torta al cioccolato e dai il tuo meglio.  Speriamo che le altre siano molto meno brave di te”.

Il fan club non poté far altro che dirsi d’accordo con lei, anche Gemmina fu dell’avviso e concordò una torta al cioccolato fatta con tutto l’impegno possibile. 

Presa la decisione si ritirarono nelle loro case con animo pesante ma ugualmente pieno di speranza, se non altro per non portare sfortuna alla già sfortunata gara.

Pensiero positivo. E una notte insonne per tutti.

Il gran giorno era arrivato. Lisa gongolava sapendo che alla rivale mancava l’ingrediente che avrebbe fatto la differenza, non le importava sapere che se Annarosa avesse vinto la sua sarebbe stata una vittoria ottenuta in modo disonesto, lei voleva solo vincere. Ad ogni costo.

Le cuoche arrivarono puntuali, ognuna con la sua tifoseria. Gemmina era la più nervosa, quando la maestra Giulia fischiò l’inizio della gara alzò gli occhi al cielo come per cercare aiuto, poi si tirò su le maniche e prese ad impastare.

Le torte furono sfornate alle dodici in punto.

Un delizioso profumo si diffuse nella sala mensa dove la giuria, composta da quattro genitori e da sei maestre, attendeva in religioso silenzio di assaggiare tutte quelle meraviglie.

La prima ad essere giudicata fu quella di Maria. Torta al limone. Voto 7, all’unanimità.

Poi fu la volta di Giorgia con la torta allo yoghurt che incassò un bel 7 e mezzo, piazzandosi provvisoriamente al primo posto.

Una dopo l’altra, le preparazioni furono valutate. L’ultima ad essere assaggiata fu proprio quella di Gemmina. Annarosa aveva portato a casa un bel 9 e mezzo, bisognava prendere un dieci per superarla o almeno un altro 9 e mezzo per un pari merito che avrebbe richiesto lo spareggio.

I giurati si guardarono in volto prima di alzare le palette, come se fossero ancora incerti.

“Nove…”

Gemmina e Marisa si vedevano già sconfitte, una lacrima era pronta ad uscire dagli occhi neri della bambina.

“…e mezzo!” disse la maestra Vera voltando l’ultima paletta verso il pubblico.

Lisa ebbe un moto di rabbia, per un attimo aveva creduto che la sua cuoca preferita fosse la vincitrice, invece era ancora tutto da decidere.

Per Gemmina e Marina, invece, un pari merito era pur sempre di una sconfitta, tutto era ancora possibile.

Ora si doveva passare allo spareggio, la giuria all’unanimità decise di far cimentare le due concorrenti con un torta margherita, la più semplice  ma è proprio sulle cose semplici che si misurano i veri campioni.

Le finaliste si misero al lavoro, la tensione aumentava di minuto in minuto nella stanza, Marina era la più in ansia di tutti anche se sapeva che la sua Gemmina non l’avrebbe delusa e che quella prova avrebbe di sicuro messo in luce tutta la sua bravura.

Lisa, intanto, temendo il risultato, stava pensando a cosa fare per intralciare il lavoro di Gemmina e assicurare la vittoria ad Annarosa.

Non era facile, con tutta quella gente ad osservare, tuttavia le venne un’idea che per qualche momento distrasse l’attenzione dei presenti, giuria compresa.

Senza che nessuno si accorgesse, uscì dalla stanza e andò a cercare dei fiammiferi nella cucina della mensa, poi in giardino accese un fuocherello con un mucchietto di foglie secche e cominciò a gridare: ”Al fuoco, al fuoco!”

Tutti, secchi d’acqua alla mano, corsero fuori per spengere il fuoco.

Nel frattempo Lisa rientrò nella stanza della prova e mise una grossa manciata di pepe che aveva preso in cucina nella ciotola dove Gemmina doveva  rimestare i suoi ingredienti.

In capo a pochi minuti il fuoco era spento e tutti rientrarono, le concorrenti si rimisero all'opera, nessuno si era accorto di nulla.

Quando arrivò il momento di sfornare le torte gli occhi delle bambine sfavillavano come tante stelle lucenti, fremevano per avere il risultato. E una fetta di torta, finalmente.

La prima ad essere assaggiata fu quella di Annarosa.

Fu giudicata molto buona e si guadagnò un altro bel nove e mezzo.

Quando toccò a quella di Gemmina Lisa gongolava, si sentiva già la vittoria in tasca!

Dopo averla gustata, la giuria sembrava perplessa, Lisa ridacchiava di nascosto mentre Marina

 tremava: forse c’era qualcosa che non andava? La sua Gemmina aveva sbagliato, possibile?

Dopo un paio di minuti, che a Marina sembrarono eterni, le palette furono sollevate e…DIECI! Gemmina aveva vinto. Il pepe, strano a dirsi, aveva messo quel certo non so che nell’impasto che lo aveva reso particolare e sfizioso al palato.

Lisa, incredula, in un impeto di rabbia cominciò a strillare: “Non è possibile, con tutto il pepe che ci ho messo!”

Fu subito chiara la malefatta della bambina che, messa alle strette, confessò anche di aver comprato tutto il cacao speciale per impedire a Gemmina di vincere. Le maestre si dissero molto deluse da lei, la madre, poi, era ancora più infuriata e la riportò a casa minacciando niente tv né computer per una settimana.

Gemmina e Marina, intanto, pur dispiaciute nel vedere che una loro amica era stata così scorretta, festeggiavano felici la vittoria.

“Il pepe nell’impasto,” rise Gemmina abbracciando la sua piccola amica, “chi l’avrebbe mai detto? Forse dovrei ringraziare Lisa, non volendo mi ha insegnato un nuovo trucco per migliorare la mia torta margherita. O d’ora in poi dovrei chiamarla torta al pepe?”

La scorrettezza di Lisa non le ha portato la vittoria sperata, ma, mi raccomando, non provate ad accendere fuochi in giardino né a mettere il pepe nella torta della mamma: certe cose funzionano solo nelle fiabe.

Buone torte a tutti.

 

 

 

 

 

 

 


giovedì 7 gennaio 2021

La nuvola

 Saranno i tempi non proprio allegri, sarà quest'atmosfera di pericolo imminente e sospeso, non so ma mi è proprio scappata una fiaba un po'...apocalittica. Mi scuso con gli appassionati del lietissimo fine perfetto: quello che vi propongo non è un finale perfetto ma è comunque lieto quanto basta perché nessuno muore. 

A volte ci si abitua anche a situazioni pericolose, non ci si fa più caso, non ci si interroga ed è proprio allora che rischiamo il peggio.

Buona lettura e...occhi sempre aperti, mi raccomando!




La nuvola

 Barbara Cerrone

 

 

Fuori c’era tutto il silenzio dell’inverno, dei rami scheletriti, delle strade lastricate di umidità.

Perfino il calpestio dei rari passanti sembrava attutito dal freddo, come se gli formasse attorno una coltre pesante, impenetrabile al suono.

Scivolando per le strade quasi deserte figurine umane infagottate e tremanti sembravano tante apparizioni, fantasmi infreddoliti che attraversavano la città veloci come topi, col naso umido e le mani profondamente ficcate nelle tasche.

Nessuno di loro aveva voglia di fermarsi: andavano. Verso casa o verso i pochi, modesti negozi illuminati. E caldi.

Si aspettava la neve da un momento all’altro, lieve e bianca come una mano gelida sul cuore. Tardava. Nessuno capiva il perché, di solito era puntuale in quel periodo, fredda e puntuale, cadeva ritmica con la sua danza aerea da ballerina consumata.

“Che dici, Geppo, arriverà prima di sera?”

Il macellaio puntava il dito grassoccio verso il cielo, quasi volesse bucarlo.

“Non credo. Stanotte, forse. Ci sveglieremo tutti bianchi”.

Geppo era stato marinaio, e con quel curriculum lo si riteneva un esperto di meteorologia. In più, aveva un certo doloretto che si risvegliava sempre ad ogni cambiamento di tempo, una vecchia frattura che si faceva ricordare quando stava per piovere. O per nevicare.

“Se proprio dovete fare le previsioni del tempo mettetevi da una parte, il marciapiede non è di vostra proprietà”.

Alduccia. Brava donna ma così pedante, così capace di puntualizzare per ogni sciocchezza che si era guadagnata il soprannome di cercapulci perché faceva le pulci a tutti. Non avendo la minima tolleranza per i propri difetti o i propri errori non voleva riconoscerli e si accaniva su quelli altrui.

“Scusa tanto, Alda. Stavamo solo chiacchierando un po’, si fa sera…sennò ci prende la noia. Guarda, ci facciamo subito da parte”.

Il macellaio strizzò l’occhio a Geppo che già guardava da un’altra parte: non aveva alcun interesse per certe polemicucce da strada, ben altro ci sarebbe voluto a stuzzicare la sua attenzione sopita da tempo, da quando la guerra dei fiumi lo aveva portato in quel villaggio anonimo, facile preda di un amore giovanile.

Gisella era sua moglie da quando aveva varcato il confine del villaggio, aveva capito che lo sarebbe stata ancora prima di sposarla. Era scritto nel suo viso pallido e incerto, nei suoi occhi smarriti, che era la sua sposa.

La guerra era finita e lui era rimasto, Gisella era tutt’uno con quel piccolo paese, non si poteva avere l’una senza l’altro, così restò e da marinaio si trasformò in contadino. Ma le zolle non erano onde, e l’orizzonte lo tagliavano montagne aspre che spezzavano il cielo.

A volte, per il gran sognare il mare, era così assorbito nelle sue fantasie che non si accorgeva di cosa gli succedeva intorno. Proprio come quella sera.

“Geppo, Geppo…cos’hai in testa?”

Il macellaio era un uomo solido, senza fantasie, non si perdeva nei vicoli della mente. Quel che ci voleva per uno come Geppo.  Per questo furono subito amici.

“Nevicherà stanotte” fu tutto quello che il marinaio Geppo riuscì a dire prima di andarsene a casa, con le vele ripiegate e l’animo in tempesta, come ogni volta che aspettava la neve.

“Ma che dici, quello? Quale neve? Non lo vedi quel nuvolone, laggiù? Nero come la pece. Pioverà”.

Marisa. Altro vate della meteorologia, sempre in contrasto con Geppo, col quale si contendeva il titolo e la responsabilità di azzeccare le previsioni del giorno.

Il Macellaio e  Alduccia fecero un gestaccio con la mano e si ritirarono, convinti che neve o pioggia comunque il tempo sarebbe peggiorato e stare in strada a far salotto fosse roba da stupidi.

Se ne andò anche Marisa, brontolando che la pioggia sarebbe arrivata presto a dimostrare che lei, e solo lei, ne capiva di previsioni anche se non era mai stata in marina.

La strada tornò deserta, avvolta in un’ovattata attesa.

La nuvola intanto cresceva come una minaccia, gonfia e scura, quasi appoggiata sulla montagna dietro il villaggio.

“Tra poco vedrai che temporale!”

Si era affacciato alla finestra con l’intenzione di far comizio, come diceva la madre. Alberto non sapeva parlare a voce bassa.

“Macché, vedrai che passa via, quella nuvola. Mica sarai come la Marisa?”

Il macellaio ne aveva approfittato per affacciarsi ancora sulla strada, dato che non aveva clienti almeno due chiacchiere le poteva pur fare. Niente di meglio che discutere sul tempo, visto che di politica non se ne intendeva e non gli piaceva anche perché, hai visto mai? Si poteva inimicare qualcuno, già che gli affari andavano maluccio…no. Troppo pericoloso. Meglio il tempo. Benché c’era da litigare anche su quello, ma  con meno foga: non ci si comprometteva, via!

“Eh, eh, pioverà. Tu mica ne capisci di tempo, caro mio. Solo di bistecche.”

Gli occhi già così sporgenti quasi gli schizzarono fuori dalle orbite, Alberto se li sentì sfuggire come se fossero stati mine lanciate conto il nemico.

“E tu apri bocca per darle fiato. Non pioverà”.

Alberto scosse il capo come per dire “Lo sai tu, che non ne capisci niente, se piove o no?” e si ritirò, mentre la madre gridava di sbrigarsi perchè si freddava la minestra.

Era la canonica ora di cena, del tempo ci si poteva occupare più tardi.

La gente aveva la mente occupata solo dai piatti fumanti. Tuttavia un pensierino su quel nuvolone appeso nel cielo restava: non ci sarebbe mica stato un nubifragio?

Ci si ripromise di affacciarsi più tardi per tener d’occhio la situazione, perché non si sa mai.

“Il tempo a volte fa brutti scherzi” si diceva pensando all’improvviso a quell’alluvione che nessuno di loro aveva vissuto ma che si raccontava da generazioni, come fosse il diluvio di Noè e loro i diretti discendenti.

Più tardi dai vicoli attorno qualche faccia incuriosita fece capolino.

La nuvola ora era un’enorme macchia nera che occupava il cielo quasi per intero.

“Non si è mai vista una nuvola così. Non sarà fumo?”

La faccia giallastra di Nico si ritirò subito, dopo aver ficcato questa pulce nell’orecchio dei compaesani.

La voce si diffuse in un attimo. Fumo. Sprigionato da chissà dove, comunque fumo. Magari un incendio. Un

 incendio? Oddio!  E dove? Se si propaga…

Uomini corsero in direzione della montagna, cercando di capire se laggiù,  dove il loro sguardo non arrivava, c’era qualcosa che stava bruciando.

“Macché. Non c’è niente che brucia”.

 Niente che bruciasse in quella sera fredda. Solo una nuvola che si era mangiata il cielo.

Il servizio meteo non funzionava. C’era una specie di guasto.

“Tipico” brontolò Marisa.

“Tipico di che?” chiese il macellaio apparso sulla soglia di casa ancora con il tovagliolo fra le mani.

“Tipico di quando c’è un disastro” ribadì Marisa.

“Ma non era un temporale?” la canzonò il macellaio.

L’alzata di spalle confermò la sensazione di incertezza dei pronostici. Nessuno era sicuro di nulla.

All’unanimità si prese la decisione di tenere d’occhio la nuvola, monitorarla per vedere se cresceva ancora e di quanto. E poi? Poi nessuno sapeva dire cosa avrebbero fatto nel caso di…nel caso di cosa? In qualunque caso.

Organizzarono turni di sorveglianza.

Il macellaio non voleva fare quello dalle tre alle cinque. Diceva che per lui erano “le ore d’oro del sonno”.

Litigarono. Perché Geppo invece non voleva fare il turno da mezzanotte alle due e Marisa non avrebbe mai cambiato il suo, dalle dieci a mezzanotte, con quello del macellaio.

Ci volle un po’, ma alla fine riuscirono a trovare un accordo.

Intanto la nuvola cresceva, a tratti sembrava quasi che assumesse sembianze umane: una specie di broncio le si disegnò su quella che sembrava quasi una faccia. Gli occhi torvi che subito mutarono, caricandosi di un’ironia cattiva, quasi volesse prendere in giro tutta quella gente mobilitata per lei, per la nuvola che aveva ingoiato il cielo. Tutto intero.

I timori di quella gente allarmata furono presto fugati da una notte che trascorse serena. Il cielo era un enorme nube scura, tuttavia nemmeno una goccia di pioggia bagnò le strade.  Una tranquillità che aveva il sapore dell’attesa.

“Buongiorno, siamo ancora tutti qui? Nessun diluvio universale?”

Il macellaio era in vena di scherzare. Alduccia passando gli lanciò un’occhiata feroce.

“Il solito scemo” bisbigliò puntando gli occhi chiari verso l’alto.

I turni proseguirono ancora per tre notti, poi si disse che forse ci si era spaventati inutilmente, che la vita doveva proseguire il suo corso normale, non ci si poteva fermare per qualcosa che non era ancora avvenuto e forse non sarebbe mai successo.

La gente cominciò a muoversi come ogni giorno, brulicanti formichine passarono frettolose lungo le vie del paese, lamentandosi per il buio che la nuvola coprendo tutto il cielo aveva provocato.

Sembrava far parte già del quotidiano quel clima opprimente, come se fosse sempre stato così e non si dovesse temere nulla di più di quella tenebra fuori orario.

Venne sera, e non una sola goccia di pioggia aveva ancora bagnato la terra.

Giorni e giorni passarono, con quel cielo annerito e strano. La nuvola sembrava guardarli dall’alto, come una nera signora piena di sussiego. Nessuno le faceva più caso, ormai.

Solo Geppo, di tanto in tanto, alzava lo sguardo al cielo e poi scuoteva la testa, pensoso.

Una donna, venuta a trovare dei parenti, una mattina si mise a parlare con il macellaio. Chiedeva come mai in quella piccola città non si vedeva mai il sole e se era sempre stato così.

Il macellaio rispondeva e non rispondeva, qualche passante, udendo per caso le sue parole diceva che era vero, ultimamente il sole era scomparso ma non c’era nulla da temere. Bizzarrie del tempo, roba passeggera. La donna però non sembrava molto convinta, pochi giorni dopo andò via dicendo che non sarebbe più tornata e che avrebbe raccontato in giro come in una certa cittadina ridente solo sulle cartoline si vivesse in un’eterna notte.

Trascorsero molti altri giorni. Settimane. Mesi. Un anno intero.

Nessun temporale o alluvione o altra catastrofe aveva devastato la città, ma il cielo era rimasto chiuso nella sua oscurità impenetrabile.

La gente sembrava assuefatta. Fra loro c’era chi non ricordava già più com’era la vita quando i raggi del sole inondavano finestre e cortili.

Qualcuno addirittura trovava più bella l’atmosfera, quel buio costante e innaturale…altri invece dicevano che era meglio così, perché non si aveva voglia di perder tempo in passeggiate al parco e ci si concentrava solo sul lavoro. Si apprezzava anche il fatto che, da quando c’era la nuvola, pareva non esservi più bisogno della pioggia per irrigare la terra perché un’umidità sottile e diffusa forniva tutta l’acqua necessaria a mantenere in vita esseri umani, piante e animali.

Il paese diventò famoso per il suo cielo che non vedeva mai la luce, curiosi e turisti si alternarono per vedere quello che veniva considerato da tutti un fenomeno naturale inspiegabile, e per questo ancora più affascinante.

Fra falsi allarmi e pronte smentite dieci lunghi anni scivolarono via veloci senza che la nube scomparisse.

Non si temeva più, anche per questo fu tutto così inaspettato. E sconvolgente.

Cominciò con qualche gocciolone. Alcune teste, sentendo cadere la pioggia, si sollevarono dai cuscini simili a serpenti allarmati.

All’alba di una mattina di aprile, un oceano di acqua si rovesciò sul paese mentre era ancora immerso nel sonno.

Ben presto le strade furono fiumi fangosi sui quali galleggiavano oggetti e arredi rubati alle case allagate dalla furia dell’acqua. Molti fra gli abitanti si riversarono in strada in pigiama, calzando un paio di scarponi infilati alla meglio sopra i piedi ancora caldi di letto.

In poco tempo al fiume d’acqua si unì quello di una folla disorientata e terrorizzata che sciamava qua e là, senza sapere dove andare.

Si cercò di inviare un SOS, ma né radio né telefoni funzionavano più: I. era un villaggio isolato.

Il macellaio, la moglie per mano, fuggì verso la montagna. Altri scelsero le colline intorno, ci fu anche chi, in preda al panico, corse alla cieca verso la valle sotto la città nella stessa direzione del mare d’acqua.

Uno squarcio si aprì all’improvviso nel cielo, lasciando intravedere un raggio di sole, mentre la pioggia non cessava di cadere, violenta, sulle case e sugli uomini. Il cielo si liberava del suo cupo ingombro, sembrava tornare a respirare dopo tanto tempo.  

Sotto di lui, I. era già interamente sepolto dall’acqua che correva rabbiosa a raggiungere il fiume per gettarsi nel mare.

Il bancone del macellaio, ridotto in pezzi dalla violenza dei flutti, galleggiava sulla superficie del fiume quasi fosse il relitto di un naufragio.

Quel giorno cancellò per sempre il villaggio dalle carte geografiche. Nessuno, nei secoli a venire, si ricordò più della sua esistenza.

Gli abitanti, per fortuna o abilità, si salvarono e si dispersero, sciamando come api impazzite in tutte le direzioni.

 Non si rividero mai più.